Racconti - Tales
Le cose
di Roberto Francesco da Celano

Fra i rami del bosco lucente, che copriva la regione dei laghi, facevano capolino i raggi del sole, al tramonto di quel giorno senza mese né anno, che ciascuno vive quando le storie s’intrecciano nel filo tessuto dal tempo. Nel castello dai torrioni possenti, che ritagliano fiabe dalle musiche antiche, si svolgeva la festa che non finisce. Cavalieri di spada, dame di cuori, donne di fiori e ragazzi di picche inondavano le vie. Mano a mano le luci del giorno si sottraevano, come per andare verso ipotetiche stanze all’infinito, dalle finestre i bagliori di centinaia di candele richiamavano l’attenzione: dal tramonto all’alba di quella festa che tutti chiamava a raccolta.

Il principe delle cose che si dicono era riuscito a evitare la guerra contro il principe delle cose dette del territorio al confine della terra di mezzo, cuscinetto fra i due regni. Il primo aveva sostenuto che una guerra non aveva niente a che fare con il loro incontro e il secondo non aveva trovato modo di fissare nelle cose dette un tale precedente. Il principe delle cose che si dicono aveva insinuato allora che nessun detto è detto una volta per tutte e il principe delle cose dette era stato felicemente d’accordo, trovandosi con quel ragionamento a governare improvvisamente un numero aumentato di cose dette. Così, il principe delle cose che si dicono aveva proposto una grande festa per i sudditi di entrambi i regni. Le cose dette poco hanno a che fare con le cose che si dicono; eppure, una festa, in quanto intesa come sospensione delle cose, risultò gradita al principe delle cose dette.

Tutto era pronto e la festa incominciava. Le tavole gioiose, le musiche imbandite, le vesti inebrianti e i profumi sontuosi avevano rivoluzionato i pensieri e i desideri e ognuno era come sospeso da una frase che non cessava di dirsi. Il capo cuoco e gli aiutanti erano soddisfatti del loro operato e non smettevano di sorridere e guardare verso le sale che si snodavano lungo un chilometro di tavoli, interrotti qua e là dal tempo di passare nella sala successiva. I canti alzavano una lode unanime alla tregua, che si prendeva per mano le cose dette e le trascinava verso le cose che si dicono.

Il richiamo che si udì dalla sala dei principi fu quasi un tuono o un fragore di sassi che perdono l’appiglio lungo le falde di un monte e rotolano di colpo a valle, travolgendo ogni cosa:
– Chichibiooo!

Il rimbombo della voce, passando di sala in sala, andava falciando le risate, le musiche, i vocii e i madrigali. Chichibio sudava e guardava gli aiutanti, smarriti a loro volta, credendosi riflessi negli occhi del capo cuoco. Chichibio si mosse e attraversò cinquecento metri di sussurri che lo stroncavano, di occhi che lo guardavano, di sorrisi che lo facevano traballare. Finalmente, arrivò nella sala dei principi. I commensali sembravano di marmo: immobili e compatti, quasi a salvaguardarsi, quasi a fare muro che respingesse il grido del principe o un’eco dissacrante. Le posate, sospese nelle mani dei commensali, mandavano raggi di luce rubati alle candele, tremolanti e corte.

Chichibio entrava nella sala, vestito da cuoco, in un abito bianco che macchie e strisce dalle origini incerte insidiavano.
– Altezza! – pronunciò Chichibio, senza indirizzare il saluto all’uno o all’altro principe, nell’attesa che qualcosa accadesse.

Il silenzio aveva messo disagio a tutti quanti, ma non c’era modo di supplire con colpi di tosse o rumori di sedie: molti avevano paura di avere paura.

– Ho sentito il mio nome… – disse il capo cuoco, che adesso prendeva forza da quel silenzio.
Si alzò il duca della terra di mezzo, che sedeva fra i due principi e apostrofò il capo cuoco:
– In effetti, sei stato chiamato…! I principi desiderano sapere che cosa ne hai fatto della seconda zampa della gru che stanno mangiando!

Chichibio si trattenne a stento dal ridere, non tanto per la questione, ma come reazione alla tensione accumulata in attesa di un rimprovero. Fu un po’ per gioco, un po’ per rabbia che Chichibio rispose, sorridendo: – Ma lo sanno tutti che la gru ha una gamba sola!

Il vocìo che ne seguì fu pari al tuono di poco prima: c’era chi rideva, chi applaudiva, chi aveva messo le mani nei capelli, chi lo accusava, chi lo invitava alla tavola e chi lo chiamava fuori per picchiarlo. Il duca della terra di mezzo fece suonare i trombettieri e le squille, inondando i timpani per due chilometri, costrinsero a più miti consigli i facinorosi, i detrattori e gli amici del capo cuoco.

– Chichibio! – riprese il duca della terra di mezzo – Sei in grado di dimostrare quanto dici?

I principi ascoltavano in silenzio. Non era compito loro parlare direttamente con un suddito o con uno straniero, suddito dell’altro principe. Lo avessero fatto, si sarebbe potuto riaprire il discorso della guerra. Il principe delle cose dette avrebbe dovuto ricostruire il fatto e il principe delle cose che si dicono avrebbe dovuto contraddire. Chichibio non sapeva che fare. Nel frattempo, una dama, dai capelli neri e dagli occhi di zaffiro, si era avvicinata a lui e seduta accanto. Chichibio stava prendendo tempo…

Senza che nessuno la notasse, la dama gli sussurrò: – Non rispondere subito. Aspetta la prossima domanda e poi chiedi chi l’ha formulata…

Il duca della terra di mezzo, spazientito, riprese: – Allora, Chichibio? Sei in grado di dimostrare quanto dici?

I principi guardavano il cuoco e poi, nel piatto gigante, la gru cucinata, che sembrava protesa per scappare via con l’unica zampa. I servitori portavano altre candele per togliere le ombre che si aggrappavano agli abiti dei principi. Disse di un fiato Chichibio: – Da chi proviene la domanda?

Il duca della terra di mezzo sobbalzò indignato: – Cosa significa? Qui manca una zampa e tu devi renderne conto…

La dama vicino al cuoco taceva, ma Chichibio aveva inteso e proseguì: – Se a fare questa domanda è stato il principe delle cose dette, le gru hanno una gamba sola, come sostengo io in questo momento. Se non fosse così, il principe delle cose dette dovrebbe ammettere che la gru aveva prima due gambe e ora, nelle cose che si dicono, ne avrebbe una sola.

Tutti quanti ascoltavano allibiti e immobili. Proseguì Chichibio: – Se, invece, è stato il principe delle cose che si dicono a porre la domanda, la gru è come ora si presenta e non può avere avuto nel passato, fra le cose dette, due gambe!

Nelle vie, tra i rami del bosco, lungo il filare delle finestre accese, la notte abbracciava il regno delle cose, ma queste non cessavano di esistere. Chichibio, approfittando dello smarrimento generale, si avvicinò al tavolo e prese il piatto con la gru; poi, con voce forte, ordinò agli aiutanti, cinquecento metri più in là, di portare altro cibo. Quindi, accompagnato dalla dama amica, si avviò alle cucine, cantando. Come passava, un altro e un altro ancora facevano coro, finché anche i principi si misero a ridere e la festa riprese.

Il duca della terra di mezzo per i secoli successivi continuò a brontolare che i principi sarebbero dovuti andare nel bosco con Chichibio per dimostrare che le gru hanno due zampe. Ma ogni volta si sentiva dire, ora dall’uno ora dall’altro principe: – Duca, voi dite così per invidia: sappiamo tutti che le gru della terra di mezzo non hanno gambe!