Racconti - Tales
Rompicapi per non dormire
di Roberto Francesco da Celano

Domanda di cifra

Cosa ci fa quella gru dipinta sopra la città, dal braccio proteso in direzioni incalcolabili? Sovrasta, ma, a sua volta, è presa nell'aria del cielo. Che domanda può fare?
Come mai quello sgabello dipinto è sfondato, nella stanza rosa dal tetto bianco dove sosto un minuto e me ne vado? Sgabello di tre assi di legno, di cui il centrale s'inabissa, ferito nel centro e quindi spaccato, con schegge che sfiorano i pensieri tornanti. Che domanda può fare?
Salgo sullo sgabello, guardo la gru e leggo, a voce alta, un racconto e già pongo infinite questioni che, a loro volta, sono altri colori per altri quadri. Dalla domanda s'instaura un punto vuoto incolmabile, irraggiungibile, mobile che mi provoca e ora sembra parlarmi del figlio ora del padre ora dell'Altro, nel tentativo di colmare, raggiungere, fissare il punto.
Mi scrive un’amica: parla di mio figlio che si dichiara abbandonato dal padre. La provocazione che mi giunge sembra propormi la questione del “figlio che ero”, abbandonato dal “figlio che ho avuto”. Ma la gru dipinta, sospesa nel cielo è ancora là a incantare le stelle oppure è il contrario? Lo specchio dipinto nella stanza rosa propone un arco e tre lati. Fossero quattro i lati presenti, ne calcolerei subito l'area. Ma il lato superiore descrive un arco e non mi consente calcoli immediati.
Cosa vuole quella donna dipinta che guarda verso un lago, tenendo in mano il cappello fiorito, mentre un altro sguarnito le copre la testa? Che domanda può fare?
Cerco fra le lettere cadute e le parole volate via, poi, scrivo davanti allo specchio senza vedermi.
Nel libretto che porto con me, fogli di carta filigranata con il debito materno, precompilati da frasi ricorrenti e modi di dire. Ma le parole che dico e che scrivo inventano quanto non è stato, né mai sarà e dipingono questa domanda di cifra.

Un significante rimosso

Raccoglievo nomi nella rete e, come li disponevo sulla tela, questi risultavano significanti. E ciascuno si disponeva su ciascuno senza sovrapporsi, ma quasi a strati comunicanti, come idiomi differenti che trovano radici. Così, da bambino, se pensavo a mia mamma e dicevo che era bella, questa parola mi sembrava un nome, “la bella”, che, come ponevo sulla tela, non era più quello, ma “bella”, un significante e un altro e un altro ancora, a strati comunicanti, tanti quante le sfumature che “bella” prendeva. Mi accorgevo che quel nome, “la bella”, che io ritenevo per antonomasia mia mamma, non riuscivo a legarlo a niente, in un'impossibile allusione. Avvertivo così la menzogna del significante “bella”. Eppure faceva parte di una tessitura che si componeva. Nelle mie frasi ritornava che mia mamma era la più bella e così si affacciava una comparazione che mi consentiva di mediare con il resto del mondo: se mia mamma è la più bella, le altre donne esistono; altrimenti no. Ma avveniva, con mia meraviglia, che, nella comparazione con le altre donne, si creava nel mio pensiero una censura che, anziché rimuovere quell'idea che mia madre fosse la più bella, mi pareva porre in evidenza una resistenza non esprimibile, quasi provassi timore a tradire quell'idea. Sorgevano così i miei sogni a occhi aperti, in cui scene sessuali e di seduzione nei miei confronti, da parte di donne sconosciute, non potevano proporre l'immagine di mia madre. In questo modo mi autorizzavo a credere che sicuramente ci fossero donne più belle e desiderabili di mia mamma, censurando che lei potesse essere evocata in quelle scene. Oggi, mi domando se quella censura non operasse uno spostamento, per cui non intervenisse un'altra censura: “mamma” non funzionava più soltanto come nome, ma anche come significante “donna”? C'era un'adiacenza fra il nome “mamma” e il significante “donna” che, apparentemente, non richiamava il significante “uomo”.

Una storia curiosa

C'è una storia curiosa che non mi hanno mai raccontato e che non posso che narrare, in cui persone, indossanti maschere, ballano, ridendo e piangendo. In questo ritmo anche le parole danzano e convocano uditori. Nell'aria c'è una cadenza di gioia e non è chiaro cosa facciano là le maschere piangenti. Ma è certo che anche quelle ridenti, non cessando di ridere, sembrano fuori posto. Sembra che ciascuna maschera domandi qualcosa. Ma chi può interrogare chi? Il ballo è ininterrotto, senza pause. C'è chi ride sotto la maschera che ride e c'è chi piange sotto la maschera che piange. Poi, è l'inverso e chi piange, ride e chi ride, piange. “Non” è allontanato invano, “i verbi” ammessi, ma l'interrogazione che ciascuno pone è senza risposta. In questa ironia si alza la preghiera: “che la danza non cessi!” Gli strumenti scandiscono le note, che fluiscono cristalline. Battendo sugli oggetti, sembrano poggiare e alzarsi come un batter d'ali. Sta affacciandosi la bella alla finestra. La invitano. Fra “non” e “non” si avverte l'intervallo, in cui la bella giunge. Nessuno l'ha vista allontanarsi dalla finestra; eppure la bella è fra noi, oltre la danza.

Preghiera

Sono petulanti le idee, quando si trovano prigioniere di un credo che le soffoca in un cerchio. Quale la via? Non certamente dove sono le difficoltà. Eppure la via segue alle difficoltà. Il seguace, il tempo, la via, le difficoltà. Che sete. Respiro adagio, anche il silenzio. A mia insaputa, seguace del tempo, non eletto e non assegnabile. Forse, così, si prega per intendere. Quando tutto sembra sfuggire, allontanarsi, franare, interviene la richiesta del “padre” supposto sapere e proteggere. Per me Dio, allora, viene interpellato, in buona fede. “Dio, ti prego, aiutami!”: appello al connettore logico, in un ricordo paterno, sottostante alla mancanza che pretende impotenza? Interviene la commozione e vorresti piangere, perché abbandonato da chissà quale genitore impossibile. Per me la notte rilascia rumori beffardi. L'Altro ride. Io scrivo davanti a uno specchio e aspetto, imitando la voce che mi parla, dandomi del tu. C'è chi mi telefona, chi mi scrive, chi mi invia raccomandate: ho distribuito debiti a ognuno per essere interpellato. La notte non dorme mai e mi fa domande che esigono domande. “Ripetite iuvant” mi tormenta e mi scuote, in un attacco di dolori santificanti. “Non ho più un corpo per il sacrificio” e evito la virgola perché qualcosa accada. L'islandese leopardiano sta interrogando la “Natura” in osservanza delle operette morali che costringono le storie a mantenere finali. Quanta fatica per reagire al male, che non esiste. “Non esisto?”, mi dico, mentre conto le ore di sonno che mi restano. L'Altro ride. Scrivo fra i perché per questuanti “l'Altro che ride”. L'orologio batte i minuti e un foglio bianco vola via, proponendomi di seguirlo.