Racconti - Tales
La scrittura dell'invisibile
di Roberto Francesco da Celano

Un muro grigio di nuvole avvolgeva la città. Il colore uniforme, senza variazioni, sembrava una base ideale di uno specchio ipotetico, sul quale mancava ben altro per creare una riflessione. Anche i rumori sembravano ovattati, come privati dell’eco che sorprende.

Sul vetro della finestra della casa di Stefano, si vedeva disegnata e luminosa una lampadina, ancora più evidente sul cielo plumbeo. Si rifletteva staticamente, fissa a mezz’aria, quasi fuori posto, in un punto in cui un artista non l’avrebbe mai collocata. Stefano la guardava, spostandosi sulla sedia, ma il riflesso della lampadina sfidava ogni buon gusto. Gli sembrava un pensiero dispettoso, che avrebbe voluto rimuovere. Si accorse che il pensiero tornava a Marta. L’aveva conosciuta in Internet, chattando, chattando. Avrebbe voluto rimuovere anche questo termine: chattando gli evocava qualcosa che non rendeva per nulla la magnifica occasione di averla conosciuta. Forse i termini migliori che gli venivano in mente erano: scambiando pareri e sogni, incontrandola in rete.

Il lettore di CD stava imponendo nell’aria della stanza i rimbombi, gli echi e i sussurri della nona sinfonia di Beethoven. Nonostante il cielo grigio, il pensiero di Marta produceva in Stefano le sensazioni di quelle note e il desiderio di risentirla in rete aumentava di pari passo al vigore che guadagnava l’esecuzione dell’Inno alla gioia. Quando la musica arrivò all’apoteosi, Stefano decise di rimettersi al computer. Perfino la lampadina riflessa sul vetro poteva stare al suo posto, senza più disturbarlo. Nemmeno un canto improvviso contenuto nella sinfonia sembrava fare attenzione al cielo grigio. Per Stefano ricominciava a splendere il sole, che avrebbe ribattezzato con il nome di Marta. Era in linea. Marta aveva risposto quasi subito. Apparvero le frasi e la conversazione fu come l’acqua che s’infiltra, trapela, penetra, s’insinua, invade, ti sommerge. Stefano amava Marta e Marta amava Stefano. Con questa ipotesi, Stefano leggeva le frasi e le parole, sostenute e quasi lette dal coro che aveva invaso la stanza.

Cosa si dicevano? Impossibile ripeterlo. Sarebbe come pretendere la registrazione del sogno o come richiedere all’eloquenza di farsi vedere. Scrivevano l’uno all’altra e ritenevano di comunicare sensazioni, ricordi, emozioni, batticuori, speranze, canzoni d’amore. Stefano avrebbe giurato che Marta l’amasse. Di Marta non potremmo dire: era nel gioco, coprotagonista indispensabile per il proseguimento. Marta, nelle frasi che scriveva, faceva molte allusioni, diceva e non diceva, forse mentiva sinceramente oppure era sincera nel mentire. Stefano non era da meno. Per questo le frasi sembravano incontrarsi, senza una vera esigenza di partecipazione da parte degli scriventi. Tuttavia, le frasi avevano vita propria, come in un gioco delle parti, in cui alla domanda si risponde, alla risposta si domanda. Stefano, comunque, abitava la poesia. Pensando a Marta, leggeva, facendo suoi, i versi di Neruda: “…tu sei il pane di ogni giorno per la mia anima” (Pablo Neruda, Cento sonetti d’amore, LXXVII). Così, per Stefano, “due amanti… lascian camminando due ombre che s’uniscono…” (idem, XLVIII). Non importava che Marta non avesse mai voluto spedirgli una sua foto, pur ammettendo di vivere nella stessa città, né dirgli altro che il suo nome. Stefano le scriveva ugualmente, saccheggiando Neruda: “…Guardai, ma nessuna recava il tuo palpito, la tua luce…” (idem, XLIII).

Il cielo da grigio divenne scuro, poi nero, ma non perché stesse arrivando un temporale, bensì perché la notte incombeva, dopo che erano trascorse sei ore in linea. Nella piccola stanza, il monitor illuminava il viso di Stefano, vera star del film che si svolgeva. Era felice che Marta fosse così paziente e persistente come lui. Si diceva che tante ore passate a parlare stavano a evidenziare il loro amore nascente. Scrisse ancora: “Prima d’amarti, amore, nulla era mio…” (idem, XXV). Marta cercava di soppesare le parole in risposta, che non potremo ripetere, senza tradirne le intenzioni. Proponeva, accettava, invitava a pensarci bene, ma non troppo, si sbilanciava nell’ammettere che non aveva mai sentito prima una tale attrazione verso di lui. Insomma, la domanda corteggiava la risposta, seducendola, fino a ottenere dalla risposta quella domanda che aspettava da tempo. Stefano scrisse brevemente: – Vediamoci, Marta! Ormai lo desideri anche tu!

Dopo un lungo, interminabile silenzio in linea, equivalente a non ricevere nessuno scritto per qualche secondo, ecco arrivare la risposta, inattesa e temuta: – Va bene, Stefano, vediamoci!

In un attimo, la difficoltà insormontabile di vederla gli sembrò dissiparsi e stranamente gli parve di assistere all’esplosione dei palloncini che aveva contribuito a gonfiare e a fare volare nel cielo. Fu un attimo, quindi, le rispose: – Amore mio, questo momento è straordinario. Quando e dove ci vedremo? Come ti riconoscerò?

Ancora una volta, nessuna risposta immediata. Secondi di attesa, in cui Stefano avrebbe voluto abitare il silenzio e lasciare che le cose non procedessero oltre. Quindi, a schermo si formano le frasi, parola dietro parola, come punti dietro punti, per niente familiari, quasi inconsistenti. Stefano legge più volte: – C’incontreremo domani, verso sera, nella piazza d’inverno e tu dovrai riconoscermi, senza avermi mai visto.

Dovette insistere a lungo per convincere Marta a precisare almeno il luogo, anziché quella fantomatica irreale piazza d’inverno. Finalmente, fu stabilito un punto esatto d’incontro e anche l’ora, ma niente da fare su qualunque segnale di riconoscimento. Stefano doveva accorgersi di Marta, semplicemente trovandola in mezzo ad altri. Del fare doveva rimanere solo il fatto, così Marta si atteneva alla sua verità supposta parlare per tutti. Stefano fu costretto ad accettare e si salutarono.

In quel semibuio, solo con il riverbero del monitor, la stanza aveva assunto la forma di una caverna, in cui l’ombra di Stefano era proiettata ora qua ora là, secondo i suoi spostamenti, come se la sua esistenza fosse altrove e, appunto, richiamando il mito della caverna di Platone, come se quell’ombra non fosse l’originale, ma una sostituta ingannevole. Anche se erano allucinazioni, Stefano non era più felice, come alcune ore prima. Non si spiegava perché avrebbe dovuto sentirsi a disagio nel vedere Marta. Forse, il desiderio di vederla era di per sé irrealizzabile, come se avesse accettato di finire una storia, anziché iniziarla. Non volle e non ritenne interessante dilungarsi in questo ragionamento. Piuttosto, il suo pensiero andò all’indomani, al momento tanto atteso, a quell’incontro così, così… Non gli vennero le parole e smise di cercarle, mentre faceva scorrere con rumore la tapparella della finestra. Il cielo e il paesaggio si erano confusi, in un buio falso e illeggibile.

Il giorno del grande evento era arrivato. Stefano era pronto a incontrare di lì a poco la sua adorata Marta. Anche il cielo aveva mutato aspetto, meno buio, meno minaccioso, più disponibile a un accordo musicale, che Stefano avrebbe giurato di udire, mentre scendeva in strada. I pensieri andavano in una direzione e Stefano nell’altra, incontro a chissà cosa. Si sentiva una musica nella via: era una banda musicale, che si esibiva in occasione della festa del patrono della città. Stefano amava quel genere di sorprese. Ricordava il nonno che lo portava in piazza, ancora bimbo, ad ascoltare la banda. Camminando, pensò al nonno che lo aveva aiutato a comporre i primi temi di scuola. La festa in città aveva richiamato un buon numero di persone per le strade. Stefano continuava a meravigliarsi di come provasse piacere al ricordo del nonno, quasi più che al pensiero di Marta. Le note della banda giravano per le vie, per i vicoli e per gli anfratti, raggiungevano le finestre e i davanzali, giocavano con il vento che si era alzato.

Stefano sorrise a tutto questo, quasi fosse un lettore privilegiato dell’invisibile.
Le foglie giravano nella danza suggerita dal vento e i sorrisi spuntavano tra le persone, come fiori nel giardino. Qualche volta ci lasciamo sorprendere dalla gioia.

Stefano si trovava nel luogo dell’appuntamento con Marta. Gli sembrò sentire il cuore battere più velocemente. Si guardò intorno. Dov’era Marta? La gente così numerosa confondeva la ricerca. Come vedere Marta? Intanto, la banda suonava e Stefano non riusciva a smettere di sorridere. La musica esigeva l’ascolto e tutto diveniva incontrollabile.

Fu in una frazione di un palpito che Stefano vide una ragazza sorridente che lo guardava. Era decisamente bella e lo guardava: non poteva essere che Marta, la sua Marta! Non volle precipitarsi verso di lei. Iniziò a camminare nella sua direzione, con passo lento. Lei continuava a guardarlo e sorrideva. La musica invitava all’incontro. Stefano sentì quel momento come portato da un’onda che non doveva infrangersi. Fu per questo che s’impose di non pronunciare il nome Marta, nel rivolgersi a lei: – Ciao, finalmente t’incontro!
La ragazza parve sorpresa: – Ti sei accorto che ti guardavo?
Stefano la incoraggiò: – Ti eri accorta che ti guardavo?
La ragazza ebbe un lampo negli occhi: – Ci guardavamo!
Scoppiarono a ridere, mentre la musica prendeva altre strade e s’inerpicava verso i tetti e le terrazze, rasente i cornicioni e i muri rossastri, lungo l’antico selciato.

Stefano passò ore indimenticabili, ma non pronunciò mai il nome Marta, credendo di stare a un gioco. E infatti i due giovani giocavano con le parole, con i nomi, con il tempo. E parlavano, scherzavano, discutevano, restavano in uno zefiro sereno, che li trasportava ora di qua ora di là, sull’onda della parola e del canto.

Venne sera. Altre ombre iniziarono ad abitare la città. Era il momento di salutarsi. Non fu difficile per entrambi stabilire che si sarebbero rivisti il giorno dopo. Stefano la salutò con un bacio. La ragazza fu sorpresa, poi, rise e, per non dire, si allontanò, mentre con la mano salutava, salutava e rideva. Stefano la vide svoltare l’angolo della via. Si sorprese a pensare: – Marta, ti amo!
I lampioni si erano accesi, come un susseguirsi di note, uno dopo l’altro, descrivendo una scia di luce che invitava a leggere le ombre.
Stefano era già a casa. Era come ebbro di gioia e di libertà. Accese lo stereo. Ancora Beethoven, il suo favorito, lo accolse con note improvvise, mai banali, quasi esigenti. Accese il computer e decise di parlare ancora con Marta. Era improbabile che Marta fosse arrivata a casa. Se ne rese conto, mentre verificava la posta in arrivo. Si disse che doveva essere meno focoso e più paziente. Ma la posta di Marta era lì di nuovo! Come era possibile? Aveva lasciato Marta da meno di un’ora…
Lesse: – Caro Stefano, non credo sia una buona idea vederci. Scusa se ti ho lasciato andare all’appuntamento, senza avvisarti. Sono stata indecisa fino all’ultimo, ma ritengo che il nostro amore possa essere soltanto qui, in rete. Si dissolverebbe, se ci incontrassimo! Non volermene. Risentiamoci. Un bacio. Marta

Stefano fu come proiettato in un’altra scena, in un altro mondo, in un'altra epoca, in tutt’altro luogo. Non era sorpreso per lo scritto di Marta, ma per la ragazza che aveva creduto essere Marta. Non avrebbe avuto il coraggio di avvicinarla, se non avesse creduto di trovare Marta! Non sapeva se piangere o ridere. Fu allora che, pensando alla sconosciuta che avrebbe rivisto il giorno dopo, proclamò, ad alta voce, i versi del suo poeta preferito:

…tutto era degli altri e di nessuno,
finché la tua bellezza e povertà
empirono l’autunno di regali.

(Pablo Neruda, Cento sonetti d’amore, XXV)