Racconti - Tales
Acqua, aria, fuoco
di Roberto Francesco da Celano

Onde di luce tra i flutti del fiume, che trascende verso il mare e porta con sé tutt’altro alla festa.
La luna splendeva nel cielo stellato, dietro gli alberi faceva capolino, ora brillando ora nascondendosi alla vista degli occhi del fanciullo, che era a piedi scalzi, in una notte d’estate. Aveva nelle orecchie la risacca del mare, quando lentamente innaffia la terra, scrollando dal torpore una voce senza senso. Chi ascolta il rumore del mare non dimentica il suo brontolio, spaccato dai silenzi. Ma il fiume non è il mare, così il fanciullo doveva spesso rettificare l’ascolto e dire a se stesso che quello era un fiume. La luna, intanto, si spostava, quasi tentasse di allontanarsi, quasi non avesse interesse per altro che per la sua orbita. I rami più piccoli degli alberi si muovevano al soffio del vento notturno e le foglie stormivano come uccelli, a far da coro al rumore dell’acqua. Poco più in là, un fuoco da campo e, intorno, quattro insoliti cavalieri. In quella semioscurità, gli occhi del fanciullo guardavano lo scintillare delle gocce del fiume e lo scintillio delle corazze dei cavalieri. Il fuoco dipingeva su di loro strane forme di ombra e di luce, come se poggiasse colori ad olio su una tela metallica. Il fanciullo, con una corsa, era già là, accanto a quei cavalieri, mentre loro lo guardavano, anzi sembravano domandare con gli occhi qualcosa d’intraducibile, che assomigliava al mistero della vita. Il rumore del fiume era una colonna sonora disposta come un tappeto, sul quale si svolgeva la scena. Il fanciullo contemplava quei cavalieri come immagini oniriche del suo sogno di sempre. Il fuoco danzava nell’aria fumosa e prendeva colori dalla tavolozza del legno arso, crepitante, furioso, ardente.

– Allora? disse il cavaliere dalla barba nera.

Il fanciullo fece un balzo e retrocesse di un passo. Il suo viso venne aggredito dal buio, che assediava il fuoco. Si vedevano gli occhi, due lucciole in movimento. Poi, un gran rumore, di un albero che cade e che spacca l’aria, entrando d’improvviso nell’acqua.

I cavalieri sono subito in piedi, un sol corpo, pronti alla lotta, con le armi in pugno. Guardano il fiume e fendono l’aria di parole di guerra, a destra e a manca, come lame affilate nel buio. C’è chi sputa, chi impreca, chi urla, chi ruggisce alla luna, striata di nubi e di uccelli in volo, impauriti anch’essi. Il fanciullo ha gridato, nello stesso istante in cui i cavalieri si alzavano. Ha ancora la mano sulla bocca aperta. Attende parole di conforto dall’aria stessa, che non smette di entrare nei polmoni insaziabili.

Poi, il rumore del fiume, che tornava a giocare con quei rami spezzati, quelle foglie stordite, quel tronco rinsecchito. Il fuoco bruciava l’aria umida, vestita di notte. I cavalieri si calmarono e lentamente si ridisposero intorno al fuoco, frenetico nel divorare le ultime ceneri. Il cavaliere dagli occhi di ghiaccio aveva già preso altre cose da regalare al fuoco, che riprendeva più vispo di prima, facendo piroette intorno al nuovo arrivato. Il fanciullo era ancora con la mano davanti alla bocca, immobile, per difesa.

Il cavaliere dalla barba nera guardò il fanciullo:

– Allora, chi sei? sibilò, ancora in guardia.

Il fanciullo ebbe un sussulto, abbassò le mani, chiuse la bocca e guardò il cavaliere. Il fiume non smetteva di passare, di trascinare, di portare con sé qualsiasi cosa si lasciasse andare alle sue spire. La luna si era spostata, come infastidita da quei rumori impertinenti al suo migrare. L’aria continuava a spazzare le foglie, in un frullo di punte e di colori. Fuoco e luna spandevano la luce sulle cose alla loro portata e le trasformavano in silhouette notturne e speciali.

Il fanciullo guardò il cavaliere dalla barba nera e, come per aggiungere un tassello alla notte, disse:

– Sono un fanciullo che cammina nella notte!

Il cavaliere dalla pelle nera, un gigante scolpito nella leggenda, gli gettò una moneta, che colpì il fanciullo in pieno viso. Non gli fece male e così gliene buttò un’altra e un’altra ancora. C’era nel gesto qualcosa di gioioso, accompagnato da risate che tornavano a casa, da sogni che trovavano l’aria. Il fanciullo, dopo lo spavento, sorrise. In breve, risero tutti: i cavalieri, il fanciullo, forse la luna, il fiume e il fuoco. Del vento non si sa nulla, perché era già lontano.

Fu allora che dal fiume arrivarono paure in movimento, rapide e inquietanti. Il fanciullo se ne accorse per primo e indicò con il dito puntato il pericolo che li aggrediva. La reazione dei cavalieri avvenne in un lampo. Abituati alla sorte che, nei momenti più inaspettati, di loro si faceva beffa, capirono e s’alzarono all’unisono.

Ecco, sono lesti a sferzare l’aria di spade e di scudi. Si affiancano rapidi a correggere i colpi, si guardano l’un l’altro per aiutarsi a vicenda. Le lame brillano accanto al fuoco e poi staccano le code alle paure vaganti. Le parole sono lanciate come dardi nel buio e colpiscono al cuore, come se le armi fossero quelle e non le spade. Le paure fuggono gemendo, inconsistenti e false, damascate di luna e di fuoco, che le abbandonano più in là, verso i canneti. Poi, il mormorio del fiume che scorre, del fuoco che crepita e dell’aria che incalza.

L’allarme è cessato. I cavalieri si guardano. Hanno vinto e non sanno cosa, ma ridono e rinfoderano le spade, cariche e promettenti di avventure. Il fanciullo non riesce a fermarsi e balla, grida, gioisce e si sente uno di loro: uno dei cavalieri.

Tornarono al fuoco e si sedettero intorno. La luna si era spostata, verso l’orizzonte, come per sottolineare il suo disappunto. Il fiume fluiva nel suo letto tortuoso e lanciava richiami. Insetti raggiungevano il fuoco e danzavano intorno, a gara per essere presi. Gli alberi scuotevano i rami, sedotti dal vento, ancora più maestoso e insolente.

Il cavaliere dalla voce di tuono si avvicinò al fanciullo e gli mise una mano sulla spalla, guardandolo con ammirazione:

– Bravo, ci hai avvisati in tempo!

E proprio quando il fanciullo si sentiva a suo agio e avrebbe parlato volentieri e avrebbe chiesto e interrogato; proprio quando la luna spariva all’orizzonte e l’alba stava promettendo faville, ben diverse da quelle che il fuoco spargeva; proprio allora, in un momento che non ha tempo, i cavalieri tolsero il campo e sellarono quattro cavalli. Il fanciullo li guardava incredulo e chiedeva di restare, di non andare via. Ma i cavalieri gli fecero capire che non dipendeva da loro e lo guardarono come si guarda una farfalla che vola, meravigliati e indifferenti, protagonisti e comparse, reali e non veri.

Il fanciullo tace, mentre l’acqua del fiume, l’aria del vento e la vivacità del fuoco accompagnano i cavalieri. Vede un cavallo scalpitante. In lontananza, si sentono i tamburi rullare, come un cuore che batte. Gli zoccoli dei cavalli colpiscono il terreno, ma le figure in sella sono già cinque. Dalla semioscurità del tuo sogno, sei con loro. Se non potevano restare, nulla ti vieta di seguirli.