Racconti - Tales
L'oggetto mancante
di Roberto Francesco da Celano

— Di nuovo un foglio bianco, mimetizzato con la nebbia che evoca o l’alba che porta con sé o il tramonto che indora i ricordi.
Così recitava Filippo Maria Tabarro con un foglio in mano, nel piccolo teatro di provincia, talmente piccolo che si potevano contare cinque file di sedie per un totale di trentacinque posti. Il rumore della pioggia non era di scena: fuori pioveva. Lorena stava attraversando la strada che portava al teatro. Non aveva ombrello e le gocce infinite che la colpivano le sembravano punte di spillo sulla pelle abbronzata. Il traffico era lento, rallentato più da una sensazione di rilassamento di alcuni automobilisti che dall’esplosione del temporale. Le luci si erano appena accese nelle vie e il bagnato sull’asfalto le rifletteva. Lorena, per un attimo, si trovò a guardarle mentre camminava veloce, provando come un’attrazione per quei piccoli laghi profondi che le ricordavano lo sguardo di Filippo Maria.

Il teatro era una casa tra le altre case, una camera tra altre camere. Bastava entrare e quella casa, pur essendo casa, diventava teatro e quella camera, pur essendo camera, diventava palcoscenico. Filippo Maria aveva appena terminato di recitare e cinque spettatori applaudivano. Il rumore di quelle mani battenti sembravano parte dei tuoni che si udivano. Filippo Maria vide Lorena e le fece un gesto. La camera era affogata in una semioscurità che contribuiva a impedire allo sguardo di spaziare per determinarne i confini. Un angolo di qualche metro quadrato poteva essere il centro di un hangar o tutto il piano di un ripostiglio. Le luci soffuse bagnavano i presenti in miriadi di pulviscoli, provocati da un riflettore puntato sulla scena. Le tende ai lati sembravano piegarsi con luci scomposte e Filippo Maria stava nella scena come un quadro dentro la cornice.

Era subentrato il silenzio, quello dell’attesa che qualcosa succeda, quello che è ricco di parola e da essa non si allontana. I cinque spettatori avevano volti antichi e occhi a mandorla, discendenti da chissà quali antenati. Lorena li aveva salutati con un inchino e sedeva nella fila dietro loro. Filippo Maria interpretava un personaggio di un secolo imprecisato. Il mantello lo prendeva in un abbraccio costante, come per non mostrare l’abito che indossava. Riprese a recitare, mentre il riflettore affievoliva il suo flusso luminoso: “Scrivere su questa carta è un privilegio, ma anche una ferita che si provoca con uno stiletto. Le parole sono pietre che non possono essere messe e tolte a piacimento. Chiedono udienza con fare promettente e poi pretendono una nuova vita, una rivoluzione. Esigono di entrare in scena e non ne escono più. Portano con loro fili invisibili che le trattengano tra una riga e l’altra. C’è chi le legge e chi no. Poi si mettono a tessere poesie per prendere ciascuno nel laccio della vita…”

Il temporale era cessato. Si sentiva un odore particolare di lampada bollente, che brucia il pulviscolo che attira. I vestiti di Lorena non erano più bagnati. Gli spettatori erano immobili, come presenti in un tempo da presidiare. Lorena fu la prima a battere le mani. Filippo Maria distribuiva inchini di ringraziamento a destra e a manca. Lorena si alzò, dirigendosi sul fondo della camera, dalla parte opposta al palcoscenico. Protese la mano verso la cinepresa e la fermò. Quindi sulla parete accarezzò l’interruttore e tolse la corrente. Per un attimo fu buio assoluto. Filippo Maria ebbe la sensazione che ogni cosa successa in quella camera non fosse mai accaduta, polverizzata dal buio. Lorena, invece, ricordava ogni cosa accaduta e detta. Gli spettatori erano impauriti e per ragioni di etichetta non potevano lamentarsi.

Poi, non accadde più nulla.

Lo schermo del computer restò nero, mentre un ronzio costante proveniva dal replicatore dei sogni, sul tavolo di lavoro di Filippo Maria Tabarro. Nella stanza, un raggio di sole prendeva possesso del mobilio. In lontananza, in qualche angolo di cielo, un ammasso di nubi minacciose stava galoppando verso la città, per non lasciarla addormentare.