Racconti - Tales
Colori incolori
di Roberto Francesco da Celano

Le nuvole si erano addensate a far blu sulla parte sinistra del cielo. Un falso chiarore faceva da contraltare. La luce che filtrava nell’appartamento di George prendeva questa miscela e la spargeva nell’ambiente con un inquietante violetto e rivoli di giallo indaco. Fuori, gli echi di tuoni e di scariche elettriche. Qualcosa fluttuava nel pensiero di George. Qualcosa lo aggrediva, scalando i suoi abiti.

Lui, deluso da un’illusione che mercanteggiava deliri, era come assordato dal temporale incipiente. Ma più ancora era la luce a metterlo a disagio, a proporgli resoconti e antefatti, quasi la scena fosse la prima accusatrice del suo stato.

L’appartamento di George sorgeva nella settima strada di Yorth, su Marte. Da quando gli umani erano riusciti a colonizzare quest’ostile pianeta, George e altri 10000 abitanti della Terra erano stati trasferiti là per un esperimento di sopravvivenza. Non aveva tanto da lamentarsi, perché in prigione si stava molto peggio. Qui, almeno la libertà era sicura, anche se continuamente messa in gioco dalle forze a lui sconosciute del luogo.

Poco importava che il suo disagio fosse accresciuto, quasi alimentato da quelle luci irreali, da quei suoni da incubo, quasi dilaniato dall’inattività. Già, perché George aveva tutto ciò di cui poteva avere bisogno: cibo, riscaldamento, carta, penna, computer… Perfino un casco ERT per la realtà virtuale, che l’aveva portato in mille viaggi visionari.

George si domandava quanto la mente avesse bisogno del corpo e perché non poteva vivere da sola, indipendente, in modo da non occuparsi di parti solide e deperibili. Il suo pensiero non era del tutto sbagliato, da quando gli scienziati del 3000 avevano trovato il modo di tenere in vita il cervello, impedendogli di deteriorarsi. Molte altre parti se n'erano avvantaggiate, ma non tutto il corpo, che ancora aveva bisogno di movimento, di esercizio, di introitare ed espellere.

C’erano diecimila come lui, diecimila ex galeotti terrestri che – alla stregua di cavie – si trovavano là per garantire un futuro insediamento dell’uomo su Marte.

Intanto, la luce andava cambiando: un assurdo viola ceruleo aveva creato il suo regno intorno a George, ipnotizzato da quel non fare che si riproponeva costante.

D’improvviso il silenzio, un silenzio incredibile perché non annunciato. Si sentiva il motore dell’aria condizionata, il cigolìo del robot che puliva il pavimento. Poi, l’abbaiare del cane robot, Frick, che aveva deciso, sollecitato da un programma Random, di fare le fusa al suo padrone.

Per George fu come sentire un suono familiare. Si abbassò per accarezzarlo e ne sentì il tepore metallico, progettato per essere gradevole al tatto.

George continuava a dirsi che non poteva lamentarsi. Aveva tutto ciò che serve per condurre una vita senza problemi, almeno finché non fossero arrivati davvero. Intanto Flick aveva recuperato una palla Fder, di quelle che cercano una fonte di calore e vi si dirigono in modo alternato. Quando la trovano, restano attaccate per qualche secondo, poi vibrano e partono per un rimbalzo, per una piroetta imprevedibile. Il divertimento è garantito, se si decide di doverla riprendere. Flick aveva al suo interno il programma per rispondere al gioco, con la variante di alcune prese mancate, che lo rendevano buffo agli umani.

La luce si stava abbassando di tonalità e la stanza veniva presa dalle spire del rosso marziano.

Fu allora che George alzò le braccia, afferrò il fucile appeso al muro, lo caricò di pallottole laser del tipo Quertz e lo puntò su Flick, che ancora abbaiava.

In un attimo gli tornarono in mente le pianure gelatinose di Mercurio, dove era nato. I suoi genitori, androidi della decima generazione, gli volavano incontro per abbracciarlo a mezz’aria. George volava più veloce di loro e con una finta sgusciava via dalle loro braccia protese. Anche in quel frangente, il suo cane Flick abbaiava… Un altro Flick della serie Rety, capace di volare come lui.

Invece Flick, quello che stava abbaiando in quel momento, poteva solo camminare e correre o saltare. Si chiese cosa stesse facendo. Che fastidio poteva dargli Flick, che aveva lo stesso timbro MIXV del Flick di Mercurio?

La luce se n’era andata: rossa o che altro, non c’era più. Soltanto il riverbero degli occhi di Flick bersagliavano il pavimento mentre si spostava. Il fucile era ancora puntato su di lui. Ma George non aveva più voglia di usarlo. Lo riattaccò al muro. Chiuse gli occhi, li riaprì e disse:

– Computer, accendi la luce, intensità 9300. Modifica la finestra, paesaggio di Mercurio, alle ore 21. Disattiva Flick. Attiva Susanna e metti per sottofondo Mozart.

In un attimo, tutta la scena variava: comparve una luce calda, gradevole, il paesaggio esterno duplicò quello di Mercurio, Flick spariva attraverso un portello e Susanna, robot Urtez della seconda generazione, entrava nella stanza. George gli volò incontro e le toccò il corpo metallico. Poi, afferrò il casco virtuale, lo infilò e rivide il pianeta Terra, una camera da letto vecchio stile, Susanna in carne e ossa.

– Come è andata oggi, caro?

– La solita routine, Susy. Marte continua a essere poco ospitale. Cambierò ruolo, domani. Sembra che il capo voglia estrarre una nuova essenza, facendomi provare ad essere un marinaio che lotta con le tempeste marziane. L’esperienza di galeotto non gli frutta abbastanza profumo.

George la prese tra le braccia e le sussurrò una canzone mercuriana come preludio d’amore.