Racconti - Tales
L’arte nel cyberspace
di Roberto Francesco da Celano

“Le stelle nel cielo sono come chicchi di riso inondante la sposa e il vento d’estate sembra fare da regia alla scena infinita”. Così pensava Tommaso, guardando alla finestra di quella sera estiva.

Aveva da pochi giorni terminato di esporre i suoi quadri e pensava a quella notizia letta di fretta sulla banca dell’arte. Questa terminologia lo provocava non poco: come poteva esistere un luogo non luogo che ospitasse l’arte? C’era solo un modo per accertarsene: riprendere quel volantino piegato di fretta in borsa. Rileggendolo si accorse, allora, che la notizia prometteva a chi avesse navigato con apparati di telematica, attraverso un computer, una galleria infinita di quadri, cui accedere per un mercato in atto.

Tommaso guardò il suo computer sul tavolo. Non ci volle molto a comporre il numero telefonico indicato dalla pubblicità e trovarsi in linea, attraverso il modem, con questa fantomatica “banca dell’arte”. Dopo una registrazione d’obbligo, ecco i primi benvenuto e le istruzioni per l’uso. La curiosità a quel punto lo spinse a confermare, attraverso la sua carta di credito, l’accesso alla banca.

Si sentiva come un argonauta che vada alla ricerca del vello d’oro, senza però sapere come e dove la navigazione sarebbe proseguita. Si presentavano scene di gallerie virtuali, in cui dipinti di vari autori sembravano venirgli incontro. Alla base di ciascuno trovava indicazioni per l’acquisto. Non ci volle molto per capire come quelle informazioni gli sarebbero state utili.

Terminò la connessione con la rete telematica e lavorò per diverse ore al computer. A notte inoltrata tornò a chiamare la banca dell’arte e chiese di inserire alcune sue opere, secondo le condizioni previste. In pochi minuti, trasferì dieci sue opere complete di titolo e prezzo. Quindi, uscì dalla banca dell’arte e spense il computer.

Il cielo stellato che invadeva la finestra della stanza gli sembrò come un non luogo infinito in cui ciascun punto luminoso fosse un quadro appeso nel nulla.

Qualche giorno dopo Tommaso, che continuava a passeggiare virtualmente in quelle gallerie sconfinate che aveva esplorato, decise di verificare se la sua merce avesse incontrato visitatori. Vedendo il suo viso riflesso nel video del computer per uno strano gioco di luce nella stanza, pensò al suo percorso di artista che navigava “infiniti spazi di là da quella…”. Fu distolto dalle rime appena il computer segnalò la connessione avvenuta.

Di schermata in schermata giunse ai quadri, trovando nella sua buchetta postale elettronica l’ordine di acquisto irrevocabile per l’opera numero quattro: “Dove le cose si fanno”. Senza esitare fece domanda alla banca dell’arte di eliminare l’opera e di confermare all’acquirente la consegna del quadro, entro venti giorni. Poi, uscì dalla banca e spense il computer.

Era sorridente e si ricordava una frase di Pascal: “Come è vana la pittura, che attira l’ammirazione per la somiglianza delle cose di cui non si ammirano affatto gli originali”. Intanto, aveva preso i colori, una tela, il cavalletto, la tavolozza, la sedia e disponeva l’occorrente vicino alla finestra, da dove il cielo stellato continuava a insistere come una canzone.

Guardò in alto, poi la tela, poi i colori, quindi la trama e l’intreccio che la tela ordiva. "Questo quadro" - disse - "lo chiamerò: “Dove le cose si fanno”".

E iniziò a dipingere una poesia che non era mai esistita prima e che tuttavia gli era stata commissionata, attraverso giochi grafici simulati al computer.